Gesta di un viaggio in un ospedale indano
Prefazione: Purtroppo da qualche tempo un'amica non sta molto bene, niente di grave: febbriciattola, poche energie e non si riesce a capire bene cos'abbia, se siano gli strascichi di un'intossicazione alimentare o chissa' cosa. Dunque il suo medico, dopo aver cercato di curarla a modo suo senza molto successo, le ha dato come ultima opzione il rivolgersi ad un medico in ospedale.
Svolgimento: Oggi la maestra ci ha detto di scrivere un tema con titolo:"... no, questo lo tralascio.
In questi giorni, cosi', ho passato parecchio tempo all'ospedale Vattelappesca accanto al centro di meditazione di Osho con questa amica, a farle compagnia nelle lunghe attese per le visite, a fare la coda agli sportelli per pagare le visite e gli esami e a fare il traduttore (lei non capisce benissimo l'inglese) raccogliendo delle perle sugli ospedali indiani.
Per prima cosa ci tengo a chiarire un concetto: l'ospedale indiano non e' cosi' diverso da una qualsiasi ASL italiana, anzi per molti versi e' simile.
Ma andiamo con ordine.
Per prima cosa le file agli sportelli, qui la coda e' sempre schiacciatissima, stai a massimo cinque centimetri da quello davanti e quello dietro ti sbuffa sul collo, anche se c'e' spazio in abbondanza. Sara' per denotare che abbiamo tutti fretta. Differenza tra italia e india: se qualcuno taglia la coda qui e' prassi, nessuno pensa di prendersela o dire mezza parola, visto che piu' ci si avvicina allo sportello piu' la coda e' "a ventaglio", cioe' ci sono dieci mani protese verso il cassiere, c'e' una signora che si intrufola per chiedere un'informazione... quindi chi e' prima e chi e' dopo non e' cosi' chiaro ne' cosi' importante.
Secondo elemento predominante: il caos. Sara' che io e la mia amica siamo stranieri ma mi pare che pure gli indiani abbiano le idee belle confuse su quale sia la prassi per prenotare una visita, un'esame, pagare ecc ecc. Alcuni ti dicono che devi aspettare i risultati degli esami, poi andare allo sportello X, dopo cinque secondi la collega ti dice che puoi andare subito allo sportello Y per pagare... entrambe le informazioni possono dimostrarsi vere o infondate, indifferentemente.
Senza contare che un giorno il dottore X c'e', il giorno dopo dovrebbe esserci ma non c'e' e quindi il dottore che visita non sa quasi niente di questa ragazza, le rifa' le stesse domande, stesse riposte e in cinque minuti ti rispedisce fuori con un biglietto che ordina altri due esami. Da fare il giorno dopo e poi ritornare... ritornare...
L'altro giorno nello studio del tal dottore Mandora ho contato dodici persone. Dodici contemporaneamente.
Due medici che alla scrivania scrivevano le ricette che il dottore dettava, il dottore, che dev'essere uno con esperienza, io, la mia amica e sette altri pazienti e parenti; chi in piedi, chi seduto. Ovviamente a volte qualcuno viene anche visitato sul lettino, c'e' una tenda che da' un minimo di privacy alla persona ma le domande e risposte mica le scrivono a caratteri cifrati su una lavagnetta. Tutti ascoltano tutto.
Cosi' l'altro giorno era con noi una signora che probabilmente ha la tubercolosi, col marito. Mi sono visto le sue radiografie mentre aspettavo che visitassero la mia amica. Quell'altro che ha portato il fratello perche' ha dolori addominali e febbre. E cosi via. Tutti si fanno i cazzi di tutti, senza che nessuno batta ciglio. Mi chiedo se quando devono dare una diagnosi grave facciano un cenno e facciano uscire tutti di botto, il che sarebbe un bruttissimo segno.
Appena fuori dallo studio c'e' la sala d'attesa con tante seggioline di plastica stile anni 70 colorate. C'e' un'infermiera con il sari d'ordinanza che -seduta davanti alla porta- fa da buttafuori per gli insistenti che vogliono entrare prima del loro turno (a volte riuscendoci, ovviamente) e organizza la coda. Distribuisce i numerelli e chiama il nome del fortunato paziente. La signora, ovviamente, non spiaccica una parola d'inglese pero' e' fluente in hindi e tutte le volte quando le do' il ticket che dimostra che ho pagato la visita mi fa una ramanzina in hindi su vai a sapere cosa.
L'altro giorno mi giro verso la platea in attesa e dico in inglese
- qualcuno mi puo' dire cosa ha detto?
Silenzio e facce da pesce. Venti facciotte da pesce verso di me. Un quadro.
Finche' finalmente un ragazzo mi ha spiegato cosa diceva la signora.
Un'ospedale in India e' posto di speranza, di vita e di morte, di preghiere (ovviamente) e salendo le scale si vedono alle pareti dei quadretti con tutte le divinita': da Ganesh (il dio elefante) a Krishna, a Gesu' nella versione psichedelicha indiana e la foto onnipresente del fondatore dell'ospedale con la sua bella chioma riccioluta.
Ipnosi, si chiama.
A mezzogiorno portano il pranzo ai degenti: un thali con pane, riso, dhal (lenticchie) e verdure. Chi l'ha mangiato giura che sia tutto molto piccante. Io per ora mi sono limitato alla caffetteria dell'ospedale: un luogo all'aperto in cui servono panini, samosa (my love...), chai bollente, nescafe' (probabilmente acquetta) e dei cannoncini di pasta sfoglia abbastanza buoni.
E -come sempre- la miglior pratica e' sempre rompere le palle a tutti per farsi fare le cose. Altrimenti ci si vede passare davanti oves et boves et universa pecora.
(ammazza ao' quanto sta uscendo lungo questo post, ma metto l'ultima chicca)
Normalmente nel reparto di Pronto soccorso o Emergency vedi schizzare le infermiere con le barelle e il ferito ululante con mille flebo stile ER. Qui no, c'e' il ferito, c'e' la barella, ci sono minimo quattro parenti attorno ma tutto si muove a passo d'uomo. Sembra che pensino: se devi morire muori, mica ci possiamo fare niente, e' volonta' divina. La fretta e' un concetto a cui l'indiano medio e' idrorepellente.

Good night babies.
Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 17:03 |
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Intermezzo
Apri la confezione delle uova da sei, confezionata e chiusa con l'elastichino e -voila'- nella confezione ce ne sono solo cinque. La cosa fa un po' ridere, ma qui e' un'abitudine consolidata, tutto cio' che puo' essere rubato, svuotato da qualsiasi prodotto viene tolto. Memorabili i tubetti di colore che un'amica voleva comprare in un negozio, gia' mezzi vuoti. E ovviamente, facendolo notare al negoziante, quello spergiurava che "erano gia' cosi' " e che non ne aveva altri.
Dopo qualche tempo si impara ad aver la testa dura ed ad andare oltre le prime rimostranze del venditore: io sono l'acquirente, io ho i soldi in tasca, io scelgo. E -se lo voglio- i miei soldi non te li do'.
Seconda scena, chiedere le cose.
A volte qui vivo il conflitto di "chiedere le cose" perche' a volte chiedendo qualcosa non solo non si migliorano le cose, ma si peggiorano pure.
Esempio: in casa c'e' una coperta che puzza un po'. Visto che vorrei usarla ma cosi' com'e' puzza troppo, chiedo (o meglio faccio segno) alla signora delle pulizie facendole capire che vorrei che la lavasse. Lei annuisce e mi dice qualcosa in hindi, capisco che vuol dire che dopo Diwali me la ridara' lavata.
Qualche giorno dopo, passato Diwali, esco di casa per andare a mangiare e - vedo la mia coperta, probabilmente lavata, appoggiata su una Vespa che e' parcheggiata nel sottoscala da almeno due anni, con uno strato di polvere spesso due dita. Appena fuori la porta, le due signore delle pulizie: la (ormai) famosa Chandra e Radha, quella che non parla inglese. Se ne stanno sedute a terra, cosa comunissima, a gambe incrociate a discorrere di Dio sa cosa con tranquillita'. Io le vedo e le chiedo, sorridendo, che senso ha lavare la coperta per poi metterla su quella carcassa di moto arrugginita.
Lei, ippopotama sorniona, mi dice
- Eh Nishant, ma prima di appoggiarci la coperta l'ho pulita la moto!!!
E io la riguardo con lo sguardo ancora piu' sornione pensando
- Lo so ben io come pulisci le cose.
Chandra rimarra' famosa per quando le chiesi di darmi la boccia di plastica con erogatore che si usa in casa per l'acqua potabile. Le chiesi se l'avesse lavata e lei mi disse si', e subito dopo le chiesi delle lampadine perche' in casa mancavano. Senza scomporsi mise le scatole delle lampadine, belle zozze, dentro la boccia vuota perche' le portassi a casa. Ovviamente arrivato a casa dovetti rilavare la boccia di plastica.
Quindi ora ho in casa la coperta si' lavata ma che e' stata appoggiata su una moto lercissima in un sottoscala che e' residenza abituale per ragni di dimensioni subumane e topi.
La domanda sorge spontanea: e' servito a qualcosa farsi lavare la coperta?
A voi la risposta.
Io, per me, non lo so.
Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 20:19 |
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Puner City Blues
Ho scritto veramente molte volte sulle note di "Inner City Blues" dell'eterno Gaye Marvin. Sin dai giorni, a Roma, quando ancora la canticchiavo piu' per il ritmo, senza soffermarmi sulle parole.
Ora e' appena passato Diwali (o Deepavali), la festivita' indiana pari al nostro SS Natale. Le case sono ancora illuminate da lucine colorate, gli alberi addobbati con altrettante lucine e la notte si sparano botti potentissimi e i fuochi d'artificio colorano il cielo.
Tutto mi fa molto strano quando di giorno ci sono trenta gradi fissi e io passeggio in pantaloncini e maglietta, con tutto rispetto al calendario. Diwali e' una festivita' interreligiosa, la celebrano tutte le religioni praticate in India: Hindu, Musulmani, Janinisti e Buddhisti, ognuno di loro dandole un significato diverso e in queste occasioni, al pari della tradizione italiana, ci si abbuffa come vacche sacre e ci si scambiano regali. Diwali e' la festa delle luci e in ogni angolo, in ogni negozietto c'e' una candela accesa a ricordarmelo.
Tradizione vuole che per questa festa si preparino dei dolci particolari, tutti ipercalorici e dolcissimi. L'altra mattina facendo colazione al ristorante di cui vi ho parlato qualche settimana fa, ne ho provato uno, era una palletta giallina grande come una pallina da golf. Consistenza: solida. All'interno era molto densa e appena messa in bocca ha assorbito in un sol colpo tutta la mia saliva, unendo la lingua col palato in pieno stile Bostik. Cio' nonostante il sapore non era male, anche se un po' piatto. Niente a che vedere con le prelibatezze esposte in ogni pasticceria italiana... ah! Il cannoncino!
Come spopolerebbe il cannoncino qui!
Nel frattempo da informatori italici ho scoperto che (forse) c'e' un negozio che importa il mascarpone dall'Italia... ma questa e' un'altra storia
Happy Diwali a tutti

Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 19:32 |
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Senti come piove
Una domenica in casa, a ridacchiare, a scherzare, a dormire, a rivedere Fight Club e a pensare a Tyler Durden.
Rivedo Fight club dopo quasi dieci anni e ora posso dire che l'ho capito.
Ho capito la grande metafora che e' stata messa in scena: la metafora della divisione dell'Uomo. Meta' mente, meta' istinto, ribellione, liberta'. E ho anche capito che per certi aspetti la trasformazione del personaggio e' molto vicina a quello che si fa qui, da Osho. Buttar fuori emozioni, tristezza, rabbia, distruggere tutto cio' che pensiamo di essere per iniziare ad intravedere cosa siamo veramente.
C'e' un cartone della pizza a terra, una bottiglietta di Coca-Cola vuota, un bel gruppetto di piatti da lavare in gita nel lavandino, tazze sporche, coltelli e forchette un po' ovunque, una bottiglietta di Olio d'oliva vergine "Figaro" accanto ai fornelli.
Questa vita d'artista si sta facendo durissima.
Ebbene si', e' un giorno senza pretese, in cui non metto il naso fuori dalla porta ma e' uno di quei preziosi e rari casi in cui mi va bene cosi', non mi lamento, non mi preoccupo del futuro.
Sento la pioggia che scende.
Come diceva Lao Tsu in cinese, "Wu Wei", niente da fare.
Advertising has us chasing cars and clothes, working jobs we hate so we can buy shit we don't need. We're the middle children of history, man. No purpose or place. We have no Great War. No Great Depression. Our great war is a spiritual war. Our great depression is our lives. We've all been raised on television to believe that one day we'd all be millionaires, and movie gods, and rock stars, but we won't. We're slowly learning that fact. And we're very, very pissed off.
Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 21:14 |
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Andiamo a mangiare
Oggi, consumando il mio consueto pranzo nel ristorante indiano dietro casa, vi pensavo (si', pensavo a voi, lettori) perche' cercavo di aprire gli occhi sulle principali differenze tra un ristorante in Italia e uno in India. Perche' ormai dopo sei mesi qui io non ci faccio piu' molto caso, ma voi si'. Voi, se foste seduti con me a mangiare un thali, vi sorprendereste di alcuni dettagli. Ma vediamo quali:
L'ordinazione
L'ordinazione in Italia si fa una volta sola al cameriere, lui la appunta su un fogliettino, dopo un tempo variabile compreso tra i 5 e i 10 minuti, ecco lo stesso cameriere portarvi la pietanza desiderata al vostro tavolo e dire
- Prego
e voi
- Grazie
Ordinazione in India. Prima di tutto, visto che il locale e' spesso affollato, prima mi siedo e chiamo un cameriere con un gesto. Arriva, gli chiedo un thali e un chai, un the. Ascolta, se ne va.
Se dopo cinque minuti ancora non si muove niente e vedete servire chi e' arrivato dopo di voi e' il tempo di sbracciarsi, fare la faccia incazzata al cameriere senza dire niente ma indicando il nostro tavolo, ancora vuoto. Il cameriere vede, capisce e annuisce.
Questo e' un passo fondamentale: se non si protesta almeno un minimo si entra nella lista di quelli che non si lamentano e questo e' pericolosissimo perche' il pasto potrebbe non arrivare mai, arrivare sbagliato, ecc. ecc. quindi meglio fare qualche rimostranza a tempo debito.
Dopo altri 5 minuti arriva il piatto. Anche qui attenzione, bisogna controllare. Oggi per esempio mancava lo joghurt (parte integrante del thali) e il cucchiaio. Oltretutto il chai non c'era. Inizio a mangiare, ovviamente usando le mani e ad ogni passaggio di un qualsiasi cameriere gli dico "chai".
Dopo un cinque-sei volte arriva anche il chai, grazie a dio.
Ma in questo caso e' andata bene, non c'e' niente di cui lamentarsi.
Inutile chiedere che alcuni piatti siano non piccanti, i camerieri annuiranno fino allo sfinimento quando si ordina e poi il piatto e' lo stesso di sempre, piccante. Altrettanto inutile dire "grazie" o "arrivederci" quando si paga e si va via: la cortesia e' trasparente e gratuita e non riceverete nessuna risposta.
A meno di parlare di ristoranti con un po' di classe, con le tovaglie e i bicchieri di vetro (invece dei classici in acciaio) nessuno mostra un minimo di interesse al cliente perche' si trovi bene o perche' torni. Questo non vale solo per il cibo, ma anche per altri tipi di negozi dove, invece di essere il venditore a descriverti tutti i prodotti, evidenziarne le caratteristiche ed offrire alternative, qui e' il cliente che si deve adoperare per scoprire cosa si vende. A volte e' che proprio non vogliono lavorare, altre e' che sono fatti cosi'. Il confine e' labile o forse le due cose si fondono in una sola.
Ma torniamo al ristorante. Altro punto e' che ci si abitua a vedere ragazzini di tredici anni che lavorano sodo, servono, puliscono, prendono le ordinazioni. Qui non so come siano messi con la scuola dell'obbligo ma il fatto e' che questi ragazzini sembrano piu' piccoli uomini che bambocci.
Poi ci sono i neon di emergenza in caso di blackout, usati quotidianamente e poi -il tocco fino- la cucina e' all'esterno. Si', avete capito bene, la cucina, con i fornelli, il cibo, il pane ecc ecc si affaccia proprio sulla strada che e' un viale a quattro corsie trafficato giorno e notte, polveroso e ovviamente con cani randagi e chi piu' ne ha piu' ne metta.
Oggi ci pensavo: una cosa cosi' in Italia e che razza di multa ti farebbero?
Ma qui e' India, qui e' caos (quante volte l'avro' gia' detto?) e va benissimo cosi'.

(nella foto, un thali)
Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 12:08 |
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Stop, anzi no, vai, continua cosi'
Il ventilatore riprende a girare dopo qualche mese di stop, per qualche giorno il caldo estivo si e' riaffacciato sulla ridente e trafficata Pune.
Ci sono delle formiche che e' tutto il pomeriggio che cercano di portare fuori da casa una briciolona di pane raccattata chissa' dove trascinandola verso la finestra. Sono ore che salgono e scendono con fatica sulla zanzariera e mi chiedo quando capiranno che e' fisicamente impossibile l'impresa. Moriranno nell'impresa? Vi sapro' dire.
Le vespe intrappolate tra la finestra e la zanzariera continuano a camminare su e giu' cercando di riconquistare la loro iniziale liberta' a cui hanno stupidamente rinunciando venendosi a ficcare in un anfratto. E' India e bisogna accettare di convivere con la Natura in casa, anche solo per un po'.
Il topo, abbiamo capito assieme a Claudia, una ragazza che ha vissuto in casa questa settimana, si intrufolava nello spazio tra la porta d'ingresso e il pavimento, che abbiamo tappato con un tappeto piegato. La soluzione temporanea sta funzionando.
Nel frattempo e' finita la bombola del gas, si e' semi-otturato il lavandino della cucina e si e' fulminato un neon. Non c'e' mai stato feeling con questa casa ma ora stiamo esagerando.
Oggi e' lunedi' ma sembra domenica: in India e' festa grande, Dusshera, che ricorda la vittoria del bene sul male. Sono andato a mangiare in un ristorante a due passi da casa, oggi particolarmente affollato. Ho mangiato dell'ottimo cibo indiano condito da due bicchierini di chai rovente. Se c'e' qualcosa che istantaneamente mi ricorda che sono in India e' proprio il sapore ricco e intenso del chai, sara' il latte o il the ma ha un sapore particolare, deciso. Mi ricorda i lunghi giorni di viaggio per il subcontinente, dove i bicchierini di chai per strada si sprecavano.
Davanti alle porte delle case e dei negozi oggi si disegnano grandi mandala propiziatori di buona fortuna e prosperita'.
Saluti

Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 11:53 |
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Fatti Odierni
(vignetta mia)
Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 09:27 |
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Din Don
Comunicazione di servizio
Da oggi in casa siamo in due: io... e il topo.

Ebbene si' siori e siore, dopo aver trovato in giro per casa cacca di topo ho avvisato la ormai sfinita signora-che-affitta-l-appartamento, di nome Chandra, cosi' non devo ripetere tutte le volte sta tiritera e mi ha detto che oggi mi portera' delle trappole. Gia' mi immagino che bel risveglio una mattina alzarmi e trovarmi un topo morto stecchito in cucina.
Un risveglio boemio, un tocco di cacao sui miei giorni cosi' panna e latte, una virgola viva nella poesia della vita. (Questa piacera' a Mariano che gia' si sta scompisciando dalle risarte, io lo so)
Ieri ho scritto e inviato un racconto sul mio viaggio in India per un concorso; ho stritolato, concentrato sei mesi in diecimila caratteri spazi inclusi. Incrociate le dita per me: se vinco ci sara' da leggere e da ridere perche' come premio ho chiesto che mi si finanzi il viaggio Pune - Novara via terra, sul quale creero' un documentario.
Il racconto e' dedicato al grande Giorgio Bettinelli, che scompariva il 16 Settembre 2008, praticamente un anno fa. E' lui uno di quelli che mi ispira, quando parto.
Mi ricordo quando a Dicembre dello scorso anno tornai sul suo blog e appresi che era morto, in Cina, cinquantenne, mentre si approntava a scrivere un libro sul Tibet. Ci rimasi cosi' male... era un amico lontano per me e ogni volta che torno su quella pagina mi commuovo leggendo i commenti di chi, come me, ha viaggiato assieme a lui sgommando sulle pagine dei suoi libri.
Brum Brum! Ciao Giorgio

Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 06:53 |
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No, Yes.
Sai che inizia una possibile giornata "No" quando, dopo un buon risveglio rimembrando stralci di sogni calcistici (io che giocavo con Pirlo in allenamento e ci passavamo dei palloni perfetti) in un'ora si avvicendano i seguenti fatti: litighi con la ragazza che aveva dormito con te e le dici pure di andarsene, accendi il boiler per poter fare una doccia e nel giro di due minuti il boiler emette un fischio, uno schioppo e salta la luce.
Sbuffata di fumo dal bagno che invade la casa.
Ovviamente gia' qualche giorno fa il boiler aveva dato dei segni di preavviso: alla fine della doccia avevo sentito puzza di bruciato e l'avevo spento. Avevo anche chiamato la signora indiana che si occupa di affittare la casa e -visto che quel giorno sarebbe venuta con l'elettricista per altri motivi- le avevo detto di controllare il boiler. Altrettanto ovviamente la sera l'ho richiamata per chiederle come andava il boiler e lei mi rispose
- Perfettamente, no problem.
Come volevasi dimostrare.
Visto che i collegamenti elettrici in India sono fatti contro ogni legge fisica, di sicurezza elettrica ma anche di comune buon senso mi immagino che dentro al portacavi in plastica ci sia un Van Gogh di cavi, scotch isolante e non, fili intrecciati e sputazza per incollare il tutto. Come dire, farci passare 220V da li' e' tutta una scommessa.
Anyway succede che dopo aver riavvisato la suddetta signora del disastro esco di casa per fare colazione.
Vado in un internet point per stampare un documento e cerco di pagare con una banconota da 500 rupie ( 9 euro), impossibile. L'amabile signorina del negozio non ha resto. E qui inizia la processione.
Vado all'hotel Yogi Tree li' accanto, che fa pagare la stanza singola 1200 rupie a notte e mi dicono che -ahime'- neanche loro hanno resto, il che ha dell'incredibile ma dell'abitudinario. Giro per i negozi finche' non mi decido a comprare qualcosa, del pane in questo caso, pago con le 500 rupie e nessuno batte ciglio, hanno il resto.
Tornando all'internet point per pagare trovo i dromedari che portano a spasso nei weekend, ornati di campanelli e drappi colorati per attirare gli sguardi distratti dei turisti, dei passanti.
Passeggiando verso casa incontro il commerciante di pietre preziose che mi saluta con una mano sul cuore, coperto dalla tunica bianca e col cappellino musulmano che da due passi mi chiede
- How are you? (Come stai?)
Piu' avanti incrocio lo sguardo con il solito ricksaw driver che anche lui mi saluta e mi chiede se voglio un passaggio con un bello sguardo e un sorriso genuino.
E allora passa un po' la nuvoletta nera che avevo sopra la capoccia; compro della frutta e della verdura, un ciuffo di basilico (!!!) per poche rupie e torno a casa.
Seduto sulla poltrona prendo a scrivervi le mie vicissitudini.
E' sabato, e' un sabato che ho ancora intenzione di godermi :)
Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 07:42 |
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Trouble Man
Telegrammi da una domenica che sembra proprio una domenica: piatta, grigia, soffice e stanca.
Sento il fonico grattare di una radio del piano di sotto e vedo le immagini su internet dei precari che protestano in Italia contro i tagli alla scuola, la mancanza di lavoro.
Strano animale l'Italiano: vota Forza Italia e poi si lamenta per quello che fanno da vent'anni. Lo sanno anche i bambini di che pasta siano fatti quelli la'. E alla disgregazione di quel poco di buono che c'e' in Italia (o c'era, ormai) si stanno applicando minuziosamente dagli anni '90 ad oggi sotto gli occhi di tutti, non e' un segreto ne' un problema di interpretazione.
Ho divagato: volevo parlarvi della mia domenica.
Passato il festival di Ganesh, con il picco di venerdi' sera con tanto di processioni multiple dei vari templi del dio-elefante, Pune riprende la sua calma, la sua forma e il suo sereno tran-tran da weekend. Leggo sul giornale che le processioni di quest'anno sono state le meno rumorose degli ultimi anni, con tanto di tabella di decibel a dimostrarlo e che gli idoli che si disperdono nel fiume stanno diventanto un problema per l'ambiente: durante il festival ogni famiglia compra o fabbrica una ciambellina galleggiante di plastica o di altro materiale e ci mette sopra una statuina di Ganesh e una candela e poi la disperde nel fiume (o in mare, come a Bombay).
Capite che fino a qualche secolo fa tutto questo aggeggio era fatto di foglie, legno e fiori, oggi e' in plastica e qualche problema potrebbe esserci per l'ambiente.
Il punto e' che la coscienza ecologica dell'indiano medio e' vicinissima allo zero: direi almeno il 95% butta i rifiuti per strada senza nemmeno pensarci; anche sul treno i cestini mancano perche' a cosa serve? c'e' il finestrino che e' sempre aperto e sempre disponibile a inghiottire i nostri rifiuti!
Purtoppo c'e' grande inconsapevolezza riguardo a questi temi e di persone che a loro spese si portano appresso un sacchettino per la spazzatura aspettando di trovare un cestino ne ho viste poche, logicamente.
Recentemente ho notato che alcuni negozi non danno piu' sacchetti di plastica, per cercare di arginare l'inquinamento che creano ma e' una goccia in un oceano.
E' divertente notare come in India buttino la spazzatura con noncuranza, noi invece in Italia la mettiamo al Governo.
Sull'onda delle emozioni si lasció andare il dahype alle ore 10:09 |
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